mercoledì, Aprile 2, 2025

L’IPOCRISIA ANTIFASCISTA E LA FERITA ALLA DEMOCRAZIA: IL CASO LE PEN

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Una domanda scomoda quanto necessaria: se Marine Le Pen fosse stata di sinistra, i cosiddetti “antifascisti di mestiere” avrebbero alzato lo stesso polverone? O avrebbero insabbiato tutto nel nome della “libertà di pensiero” e del “pluralismo politico”?

L’esclusione della Le Pen dalla corsa all’Eliseo è una vergogna che grida vendetta. Una ferita profonda inferta alla democrazia da chi si proclama suo difensore. Il reato? Non allinearsi al pensiero unico progressista, incarnare un’alternativa concreta al potere globalista, sfidare l’ipocrisia delle élite europee.

Chi parla ogni giorno di antifascismo sembra dimenticare che il vero pericolo per la libertà non sono le idee che non piacciono, ma il bavaglio sistematico imposto a chi le esprime. Non si tratta più di giudicare il programma politico della Le Pen, ma di denunciare la manipolazione sistematica del concetto di “democrazia”, usato a senso unico per eliminare l’avversario.

Essere antifascisti non può significare essere antidemocratici.
La sinistra radical chic, che grida al fascismo a giorni alterni, si è trasformata in un apparato repressivo. Basta un nome sbagliato, un’idea scomoda, un tono fuori dallo spartito, ed ecco che scatta la censura, il linciaggio mediatico, l’esclusione politica.

Se Le Pen fosse stata comunista, ambientalista o femminista radicale, oggi sarebbe sulla copertina di tutti i giornali come “martire della libertà”. Invece no. È stata fatta fuori nel silenzio complice di chi teme il giudizio delle urne.

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