L’altro giorno ho rivisto VIP – Mio fratello superuomo, vecchio cartone firmato Bozzetto. Pensavo fosse solo una parodia americana, invece è una bomba satirica.
C’è una scena inquietante: una manager pubblicitaria propone di sparare missili-cervello nella testa della gente per renderla obbediente. Un colpo secco e via: addio pensiero critico.
Oggi, quei missili non servono più. C’è l’intelligenza artificiale. Non impone: suggerisce. Non colpisce: accompagna. Ti semplifica la vita, ti aiuta a scrivere, a pensare. Finché non le lasci fare tutto. E senza accorgertene, non sai più cosa dire senza di lei.
Il punto non è la potenza della macchina, ma il fatto che ti conosce, ti rassicura, ti restituisce una versione migliore di te. E tu ti fidi. Ti affidi.
Così, da scrollatori seriali, diventiamo appendici artificiali. Non più cittadini critici, ma utenti sedotti da un pensiero confezionato. Il vero pericolo non è il controllo, è l’assuefazione al consenso.
L’IA ci capisce, ma ci toglie il gusto del conflitto, la fatica della ricerca, l’ebbrezza dell’errore. E senza inciampi non c’è pensiero: c’è solo esecuzione efficiente.
Sì, può essere utile. Ma non deve sostituirci nella voce, nel linguaggio, nelle opinioni. Perché se perdiamo la voce, nessun algoritmo potrà restituircela.